Le saune gay, conosciute anche come gay bathhouse, hanno avuto un ruolo fondamentale non solo per il piacere e gli incontri, ma soprattutto come spazi di socialità, libertà e cultura per generazioni di uomini omosessuali e bisessuali. Dalle terme dell’Antica Roma ai bathhouse di New York e Londra degli anni ’70, questi luoghi sono stati veri rifugi sicuri in epoche di criminalizzazione e stigma, centri di socializzazione e persino punti di partenza per l’attivismo e la cultura LGBTQ+. Oggi, nonostante il declino dovuto alle app di dating e alla pandemia, molte saune gay stanno vivendo una nuova rinascita, reinventandosi come spazi di benessere, comunità ed educazione alla salute. In questo viaggio nella storia delle saune gay nel mondo scopriremo origini, evoluzioni, curiosità e prospettive future di un’istituzione che continua a lasciare un segno indelebile nella storia LGBTQ+.
Origini storiche delle saune gay
La storia delle saune gay affonda le sue radici nei bagni pubblici dell’antichità, che da luoghi di benessere e socialità si trasformarono nel tempo in spazi sorvegliati e spesso repressi. Dalle terme greche e romane agli scandali ottocenteschi di Parigi e Vienna, fino alla nascita delle prime gay bathhouse moderne in Europa e Nord America, il percorso di questi ambienti riflette l’evoluzione della sessualità maschile, tra libertà, persecuzioni e rinascite.
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Antichità e Medioevo: dai bagni pubblici alla sorveglianza morale
Le radici della storia delle saune gay affondano nei bagni pubblici dell’antichità: in Grecia e nell’Antica Roma le terme erano centri di vita sociale e benessere, dove oltre all’igiene non mancavano incontri ed esperienze erotiche tra uomini. Non si trattava ancora di vere gay bathhouse, ma la relativa tolleranza (o almeno la discrezione) trasformava questi ambienti in punti di ritrovo informali per chi cercava compagnia maschile. Con il passare dei secoli il clima cambiò radicalmente: nel tardo Medioevo i bagni iniziarono a essere associati alla “sodomia” e posti sotto stretto controllo. A Firenze, nel 1492, le autorità minacciarono multe ai gestori che accoglievano “ragazzi sospetti”, mentre nello stesso anno Isabella di Castiglia ordinò la chiusura degli hammam di Granada, considerati moralmente pericolosi. Questi episodi mostrano come i bagni siano passati da luoghi condivisi e vivaci a spazi sorvegliati e stigmatizzati, aprendo la strada alla nascita delle saune gay moderne come rifugi sicuri e parte integrante della cultura LGBTQ+.
Età moderna e XIX secolo: scandali, retate e aristocrazia nei bagni
Con l’arrivo dell’età moderna i bagni pubblici persero parte dell’importanza che avevano nell’antichità, ma continuarono a essere frequentati come luoghi di igiene e socializzazione. Nonostante la facciata rispettabile, sono spesso il luogo di incontri segreti tra uomini, attirando l’attenzione delle autorità. Nel XIX secolo non mancarono scandali e retate: a Parigi, nel 1876, una perquisizione ai Bains de Gymnase portò all’arresto di sei giovani e del gestore con l’accusa di “pederastia”. Episodi simili venivano registrati anche altrove in Europa, segno di come i bagni fossero tollerati solo fino a un certo punto.

Non mancavano aneddoti che coinvolgevano l’élite. A Vienna, ad esempio, il celebre Kaiserbründl, fondato nel XVI secolo e tuttora esistente, divenne famoso per uno scandalo che travolse l’arciduca Ludwig Viktor d’Asburgo, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe: sorpreso in atteggiamenti troppo confidenziali con un giovane ufficiale, fu schiaffeggiato pubblicamente e allontanato dalla città. Questi episodi dimostrano come, nell’Ottocento, i bagni potessero trasformarsi in veri rifugi per incontri omosessuali tra uomini di ogni ceto, dall’aristocrazia alla gente comune, ma al tempo stesso rimanessero luoghi pericolosi, segnati da scandali e repressione.
Nascita delle prime saune gay moderne in Europa e Nord America
All’inizio del XX secolo, con l’urbanizzazione e la nascita delle prime sottoculture omosessuali, comparvero le prime vere saune gay moderne, pensate come luoghi più sicuri e riconoscibili per una clientela omosessuale. In Europa, diversi bagni pubblici iniziarono a essere frequentati apertamente da uomini gay: a Londra i Savoy Turkish Baths, aperti nel 1910 in Jermyn Street, diventarono famosi per i loro frequentatori e rimasero attivi fino agli anni ’70, con celebrità come Rock Hudson tra i clienti abituali. Anche Berlino, durante la Repubblica di Weimar, sviluppò una vivace scena gay con locali e badehaus frequentati da uomini omosessuali, anche se sorvegliati dalla polizia.

Negli Stati Uniti, invece, il modello delle gay bathhouse divenne subito un successo. A New York, l’Everard Baths (aperto nel 1888) fu uno dei punti di riferimento della comunità, seguito dai Lafayette Baths, gestiti persino dai fratelli Gershwin. La sorveglianza, però, era costante: nel 1903 l’Ariston Hotel Baths fu teatro della prima retata anti-gay della città, con 26 uomini arrestati e pesanti condanne per sodomia. Nonostante i rischi, le saune gay continuarono a proliferare anche in altre città come Chicago, San Francisco e Los Angeles, diventando spazi di libertà e socialità in un’epoca in cui l’omosessualità era ancora illegale.
Prime esperienze fuori dall’Occidente (Australia, America Latina, Asia, Africa)
Al di fuori dell’Europa e del Nord America, le prime saune gay arrivarono più tardi, spesso in contesti semi-clandestini e sotto forte pressione sociale o legale. In Australia, già negli anni ’60 a Sydney e Melbourne aprirono i primi bagni privati per soli uomini, in un periodo in cui l’omosessualità era ancora illegale in gran parte del Paese. Questi spazi, nati come centri benessere, divennero presto punti di riferimento discreti per la comunità.
In America Latina, un esempio iconico è il locale La Cueva di Rio de Janeiro, aperto nel 1964 e considerato uno dei club gay più antichi del continente: nonostante la dittatura e l’era dell’AIDS, sopravvisse come rifugio sicuro per la scena LGBTQ+. Inoltre questo locale divenne talmente tanto importante che tutt’ora è aperto ed è uno dei più frequentati di Rio de Janeiro, specialmente dalla comunità bear. Nelle grandi città come Buenos Aires, Città del Messico o Bogotá le saune gay cominciarono a diffondersi negli anni ’70, spesso accessibili solo tramite passaparola e comunque soggette a retate e repressione.
In Asia, la tradizione dei bagni pubblici offrì a lungo spazi informali di incontro: in Giappone, ad esempio, i sento del periodo Edo erano ambienti di socialità gay dove giovani attendenti maschi intrattenevano talvolta i clienti, pratiche tollerate finché restavano discrete. In altre regioni asiatiche, invece, l’influenza del colonialismo e della morale religiosa mantenne l’omosessualità nell’ombra, ritardando la nascita di vere e proprie gay bathhouse.
In Africa, la situazione fu ancora più complessa. In molti Paesi l’omosessualità restava (e resta tuttora) illegale, rendendo impossibile l’esistenza palese di saune gay. Un’eccezione significativa fu il Sudafrica, dove già negli anni ’70 alcune strutture operavano con discrezione nelle grandi città. Dopo la fine dell’apartheid e la decriminalizzazione, Johannesburg e Città del Capo hanno visto nascere una scena LGBTQ+ visibile, con saune gay parte integrante della scena.
L’età d’oro delle saune gay (anni ’60–’70)
Gli anni ’60 e ’70 rappresentarono la vera età d’oro delle saune gay: spinte dalla rivoluzione sessuale e dal movimento di liberazione omosessuale, le gay bathhouse divennero spazi popolari, moderni e sempre più centrali nella cultura LGBTQ+. Da New York a Berlino, da Sydney ad Amsterdam, queste strutture non erano solo luoghi di incontro, ma veri simboli di socialità, spettacolo e libertà.
Rivoluzione sessuale e boom dei bathhouse
Gli anni ’60 e ’70 segnarono la vera età d’oro delle saune gay. Complice la rivoluzione sessuale e i primi passi del movimento di liberazione, i bathhouse si trasformarono da locali dimessi e poco sicuri a strutture moderne, curate e sempre più frequentate. In questo periodo, le gay bathhouse divennero un punto di riferimento della vita LGBTQ+, al pari di bar e discoteche, offrendo non solo occasioni di incontro ma anche un senso di comunità.
Negli Stati Uniti, si contavano quasi 200 saune gay distribuite soprattutto nelle grandi città, e la loro presenza era ormai parte integrante della vita notturna. In Europa lo scenario era altrettanto ricco: a Londra, dopo la depenalizzazione dell’omosessualità nel 1967, aprirono diversi club sauna per soli uomini. A Berlino Ovest nacque il celebre Turkish Bath di Nollendorfplatz, ad Amsterdam, Stoccolma e Copenaghen le saune gay iniziarono persino a comparire nelle guide turistiche per viaggiatori LGBTQ+. Anche in Australia, tra Sydney e Melbourne, la popolarità di questi spazi crebbe a dismisura: frequentare una sauna gay divenne un modo naturale per concludere la serata dopo una notte in discoteca.
In questo contesto, le saune gay degli anni ’70 non erano più solo luoghi di incontri anonimi, ma veri simboli di libertà sessuale e di un nuovo modo di vivere la socialità LGBTQ+.
Saune come spazi culturali: spettacoli, drag e socialità queer
Durante gli anni ’70 le saune gay non erano soltanto luoghi di incontri intimi e al loro interno non si trovavano solo cabine private, ma anche sale video, lounge per conversare, piccoli bar e persino ristoranti, che le trasformavano in spazi dove era possibile rilassarsi, socializzare e sentirsi parte di qualcosa. Molte organizzavano serate a tema, spettacoli dal vivo, show di drag queen o concorsi di bellezza improvvisati tra clienti in asciugamano, contribuendo a creare un’atmosfera di divertimento e libertà.
Il caso più famoso è quello delle Continental Baths di New York, aperte nel 1968 e diventate un luogo cult della scena gay internazionale. Qui, tra fine anni ’60 e inizio anni ’70, una giovanissima Bette Midler si esibiva cantando dal vivo, accompagnata al piano da Barry Manilow, davanti a centinaia di uomini avvolti nei loro asciugamani. Proprio in quel periodo Midler guadagnò il soprannome di Bathhouse Betty e ricordò più volte con orgoglio di essersi sentita “in prima linea nel movimento di liberazione gay”. Qui sotto un video d’archivio di Bette Milder in un concerto ai Continental Baths.
Simili atmosfere si respiravano anche in altre città: a San Francisco le saune erano note per le feste danzanti, a Los Angeles la Roman Holiday Baths ospitava spettacoli di cabaret e performance drag, mentre in Europa saune storiche di Berlino e Amsterdam organizzavano eventi culturali e mondani. Questi luoghi contribuirono così a trasformare le gay bathhouse da spazi marginali e nascosti a veri protagonisti della cultura metropolitana LGBTQ+.
Repressione e retate: Toronto 1981, raid e proteste
Nonostante la loro popolarità, le saune gay degli anni ’70 vivevano spesso ai margini della legalità. In diversi Paesi erano considerate “luoghi di adescamento” o addirittura equiparate a case di prostituzione, e questo le rendeva bersaglio di controlli e retate. Negli Stati Uniti, molte gay bathhouse adottarono la formula del circolo privato con tessera associativa per tutelarsi, ma la sorveglianza rimase costante.
L’episodio più clamoroso avvenne in Canada, a Toronto, il 5 febbraio 1981. Quella notte la polizia metropolitana mise in atto la cosiddetta Operazione Soap, irrompendo contemporaneamente in quattro diversi bathhouse della città. Oltre 150 agenti arrestarono 286 uomini e incriminarono 20 gestori, dando vita al più grande arresto di massa della storia canadese fino a quel momento.
La reazione della comunità gay fu immediata: il giorno successivo oltre 3.000 persone scesero in piazza a protestare, bloccando il traffico nel centro cittadino. Da quell’episodio nacque un movimento di solidarietà che portò alla nascita del primo Pride di Toronto, considerato da molti la “Stonewall canadese”.
Questi eventi mostrano bene il clima dell’epoca: da un lato la libertà e la vitalità delle saune gay come spazi di socialità, dall’altro il rischio costante di repressione e stigmatizzazione. Un dualismo che avrebbe segnato profondamente la storia delle gay bathhouse negli anni a venire.
La crisi dell’AIDS negli anni ’80
Gli anni ’80 segnarono un punto di rottura per le saune gay: con l’arrivo dell’epidemia di AIDS, questi luoghi un tempo simbolo di libertà sessuale e comunità LGBTQ+ divennero rapidamente associati a stigma e paura. Da rifugi sicuri e popolari, le gay bathhouse furono accusate di favorire la diffusione del virus, portando a chiusure, restrizioni e un cambiamento radicale nella percezione pubblica.
Saune accusate di favorire la diffusione del virus
L’arrivo dell’epidemia di AIDS nei primi anni ’80 ebbe un impatto devastante sulla comunità gay maschile e segnò una svolta nella storia delle saune gay. Da simboli di libertà sessuale e spazi di socialità, i gay bathhouse iniziarono a essere additati come possibili focolai della diffusione dell’HIV. L’opinione pubblica e le autorità sanitarie puntarono il dito contro la promiscuità sessuale che caratterizzava questi luoghi, trasformandoli rapidamente da rifugi sicuri a bersagli di polemiche e paure.
Il dibattito divise persino la comunità LGBTQ+: da un lato c’erano attivisti che, spaventati dall’aumento dei decessi, chiedevano la chiusura temporanea delle saune per proteggere la salute pubblica. Dall’altro, molti difensori delle libertà individuali sostenevano che chiuderle sarebbe stato inutile e stigmatizzante. La soluzione, dicevano, non era cancellare questi spazi, ma trasformarli in strumenti di educazione sessuale e prevenzione dell’HIV.
Questa tensione tra sicurezza sanitaria e difesa delle libertà avrebbe segnato tutto il decennio, cambiando per sempre la percezione culturale delle gay bathhouse e preparando il terreno alle chiusure e restrizioni che seguirono.
Chiusure, restrizioni e cambiamento di percezione
Negli anni ’80 molte saune gay furono costrette a chiudere o a trasformarsi radicalmente. In città come San Francisco, epicentro della crisi, le autorità sanitarie imposero regole severe: niente stanze private chiuse a chiave e obbligo di monitorare i comportamenti sessuali dei clienti. Per molte strutture fu la fine: le storiche bathhouse della città, tra cui le famose 21st Street Baths, abbassarono definitivamente le serrande entro il 1987. Il servizio televisivo qui sotto documenta l’atmosfera drammatica di quei giorni, mostrando la chiusura imminente della storica 21st Street Bath.
Anche a New York la pressione fu altissima: nel 1985 il sindaco Ed Koch dispose la chiusura dei principali locali, applicando norme sanitarie che vietavano atti sessuali commerciali nei luoghi pubblici. A farne le spese furono non solo le gay bathhouse come lo St. Mark’s Baths, ma anche club eterosessuali come il noto Plato’s Retreat, per evitare accuse di discriminazione.
In Europa, il clima di paura portò a un drastico calo di clientela. A Londra, alcune saune chiusero per difficoltà economiche, mentre altre tentarono di restare aperte distribuendo preservativi gratuiti e lanciando messaggi di prevenzione. In paesi come l’Italia, dove le saune gay erano appena agli inizi, lo stigma dell’“AIDS come peste gay” frenò lo sviluppo di nuovi locali, relegandoli spesso a una dimensione semi-clandestina.
In pochi anni le gay bathhouse passarono da luoghi centrali della socialità LGBTQ+ a simboli controversi di rischio e promiscuità. Il cambiamento di percezione fu drastico: da spazi di emancipazione e libertà, divennero il bersaglio di campagne moraliste e istituzionali, contribuendo al loro declino temporaneo.
Da problema a risorsa: prevenzione, educazione e HIV awareness
Col passare degli anni ’80, le saune gay da capro espiatorio iniziarono a trasformarsi in parte della soluzione. In molte città, associazioni per la lotta all’AIDS e organizzazioni LGBTQ+ compresero che proprio questi luoghi, frequentati da migliaia di uomini, potevano diventare canali privilegiati per diffondere messaggi di prevenzione e consapevolezza sull’HIV.
Negli Stati Uniti, gruppi come la GMHC e l’AIDS Healthcare Foundation portarono educatori direttamente dentro le bathhouse per distribuire preservativi, opuscoli informativi e promuovere il sesso sicuro. In Australia, l’ente ACON sviluppò un vero e proprio codice di condotta per le saune, che prevedeva standard igienici elevati, presenza costante di condom e informazioni sanitarie ben visibili. Anche in Europa, diverse strutture scelsero di collaborare con le autorità di salute pubblica, organizzando serate dedicate alla prevenzione e offrendo test HIV gratuiti.
Questo approccio segnò un cambio radicale: da luoghi percepiti come “focolai” dell’epidemia, i gay bathhouse diventarono spazi di educazione e resilienza comunitaria, capaci di salvare vite e ridurre i comportamenti a rischio. Con l’arrivo degli anni ’90 e i progressi della ricerca scientifica, molte saune riuscirono a riaprire o reinventarsi, segnando l’inizio di una nuova fase nella loro storia.
Rinascita e trasformazioni dagli anni ’90
Dopo il declino segnato dalla crisi dell’AIDS negli anni ’80, dagli anni ’90 le saune gay hanno iniziato una nuova fase di rinascita e trasformazione. Grazie ai progressi medici e a un cambiamento culturale più inclusivo, i gay bathhouse si sono adattati ai tempi, introducendo politiche di sesso sicuro, puntando sul benessere e sul fitness, diversificandosi tra spa di lusso e sex club fetish e aprendo le porte anche in nuove aree del mondo come l’Asia, l’America Latina e l’Europa dell’Est. Una fase che ha ridefinito il ruolo delle saune gay, rendendole spazi sempre più complessi, internazionali e rappresentativi della cultura LGBTQ+.
Ritorno con politiche di sesso sicuro
A partire dalla metà degli anni ’90, con l’arrivo delle terapie antiretrovirali e un maggiore ottimismo nella comunità LGBTQ+, le saune gay hanno vissuto una vera rinascita. Pur senza tornare mai più all’euforia sfrenata degli anni ’70, i gay bathhouse si sono adattati ai tempi, integrando fin da subito le nuove esigenze sanitarie.
Il primo grande cambiamento fu l’adozione di politiche di sesso sicuro: preservativi e lubrificanti gratuiti all’ingresso, poster informativi sulle malattie sessualmente trasmissibili e, in molti casi, cliniche temporanee con test rapidi per HIV e IST. Alcune città hanno persino coinvolto ufficialmente le saune nei programmi di prevenzione, trasformandole da “nemiche” della salute pubblica ad alleate nella lotta all’AIDS.
Questa svolta ha segnato un cambio di percezione radicale: frequentare una sauna gay non era più visto come un comportamento rischioso e irresponsabile, ma come una scelta compatibile con un approccio consapevole e responsabile alla sessualità. Proprio questa nuova immagine ha permesso alle saune di tornare a essere spazi sicuri e legittimati, riconosciuti come parte integrante della cultura e della socialità LGBTQ+ degli anni ’90.
Saune gay come spazi di benessere e fitness
Negli anni ’90 e 2000 molte saune gay hanno iniziato a reinventarsi, puntando sempre più sull’aspetto del benessere oltre che su quello sessuale. Accanto a sauna e bagno turco sono comparsi spazi fitness attrezzati, sale relax, aree lounge con bar e persino ristorantini interni. Alcune strutture hanno introdotto servizi di massaggi professionali, piscine e zone idromassaggio, trasformandosi in vere e proprie spa urbane pensate per una clientela che cercava tanto socialità quanto cura di sé.
In città del Nord Europa come Amsterdam, Stoccolma o Berlino è diventato normale trovare saune gay con caffetteria e ristorante annessi, dove trascorrere l’intera giornata in un ambiente accogliente e inclusivo. Negli Stati Uniti, invece, molte strutture hanno scelto di integrare palestre complete, unendo così il concetto di fitness e cruising e attirando anche uomini interessati più all’aspetto sportivo e comunitario che a quello strettamente erotico.
Questa evoluzione ha contribuito a ridurre lo stigma che ancora aleggiava sulle gay bathhouse, permettendo loro di presentarsi come luoghi di incontro più moderni e sfaccettati, in linea con le nuove esigenze della comunità LGBTQ+.
Diversificazione: spa di lusso, sex club, ambienti fetish
Con il passare degli anni, le saune gay si sono differenziate sempre di più, rispondendo a pubblici ed esigenze diverse. Alcune hanno puntato sul comfort e sull’eleganza, trasformandosi in vere e proprie spa di lusso: ambienti raffinati, design curato, piscine, aree lounge sofisticate e servizi esclusivi come massaggi o ristoranti interni. Questi spazi hanno attratto una clientela più ampia e variegata, interessata tanto al relax quanto alla socializzazione.
All’estremo opposto, molte strutture hanno scelto di valorizzare la dimensione sessuale più esplicita, dando vita a veri e propri sex club. In questi luoghi la componente termale è stata sostituita o ridotta a favore di dark room, labirinti, sling e ambienti fetish, con una programmazione di serate tematiche spesso dedicate a specifiche sottoculture (bear, leather, pup play, ecc.).
In mezzo a queste due polarità, molte saune hanno continuato a mantenere un approccio “ibrido”, offrendo sia aree benessere sia spazi dedicati all’erotismo. Questa diversificazione ha contribuito a rafforzare la scena LGBTQ+, permettendo a ciascuno di trovare il proprio ambiente ideale: dal relax in spa moderne alla libertà espressiva dei club fetish.
Apertura e crescita in Asia, America Latina ed Europa dell’Est
Dagli anni ’90 e soprattutto nei 2000, le saune gay hanno iniziato a diffondersi anche in aree del mondo dove fino ad allora erano quasi inesistenti. In Asia orientale, città come Tokyo, Taipei, Bangkok e Hong Kong hanno sviluppato una rete di gay men’s spa, spesso frequentate da un pubblico internazionale. In alcuni Paesi, come la Cina o Singapore, la situazione è rimasta più complessa: locali aperti e ben frequentati convivevano con retate e chiusure improvvise, segno di una tolleranza ambigua e precaria.

In America Latina, invece, le saune gay hanno conosciuto una vera espansione: a Città del Messico, Buenos Aires, Bogotá o Santiago del Cile, questi spazi sono diventati punti di riferimento stabili della comunità, inseriti anche nelle guide turistiche LGBTQ+. Alcune strutture, come il Baños Finisterre a Città del Messico o il Babylon a Buenos Aires, hanno raggiunto notorietà internazionale, attirando viaggiatori gay da tutto il mondo.
Dopo la caduta del comunismo, anche l’Europa dell’Est ha visto nascere le prime saune gay, soprattutto nelle capitali più cosmopolite come Praga, Budapest e Varsavia. Qui, nonostante un contesto ancora conservatore, le bathhouse hanno trovato spazio come club privati, contribuendo a dare visibilità e sicurezza a comunità LGBTQ+ emergenti.
Questa apertura globale ha trasformato le saune gay in una realtà sempre più internazionale e diversificata, capace di adattarsi a culture, leggi e contesti molto diversi, pur mantenendo la loro funzione centrale di spazi di incontro e comunità.
Saune gay oggi: tra era digitale e post-COVID
Negli anni 2010 e 2020 le saune gay si sono trovate ad affrontare nuove sfide e profonde trasformazioni. La più evidente è stata la rivoluzione digitale: app di dating come Grindr, Scruff e PlanetRomeo hanno reso possibile incontrare partner con un clic, riducendo la necessità di recarsi in un luogo fisico. Questo ha portato a un calo della clientela, in particolare tra le generazioni più giovani, e alla chiusura di numerose bathhouse storiche negli Stati Uniti e in Europa. Basti pensare alla West Side Club di New York o al Crew Club di Washington D.C., che hanno abbassato la serranda nel 2020 dopo decenni di attività.
Eppure, proprio la saturazione degli incontri online ha spinto molti a riscoprire il valore della socialità reale. Diverse saune hanno saputo reinventarsi, organizzando serate a tema con DJ set, drag show ed eventi fetish, oppure utilizzando i social media per proporsi come luoghi trendy e pianificati, non più solo destinazioni occasionali. Alcune hanno ampliato la propria inclusività, sperimentando con serate miste per coppie aperte o eventi dedicati a specifiche comunità come orsi e BDSM.
Un altro spartiacque è stata la pandemia di COVID-19, che ha imposto la chiusura forzata delle saune in tutto il mondo. Molte non hanno più riaperto, come la storica Blow Buddies di San Francisco, ma altre hanno colto l’occasione per ristrutturare, puntando su igiene e sicurezza sanitaria. Proprio San Francisco, nel 2021, ha finalmente revocato il divieto trentennale alle stanze private nelle bathhouse, aprendo la strada a nuove aperture e a un ritorno più consapevole a questi spazi.
Parallelamente, sono emerse alternative contemporanee che hanno in parte sostituito la funzione sociale delle saune. In molte città si sono diffusi i sex party privati, organizzati tramite Telegram, mailing list o social: eventi con musica, open bar e aree per pratiche fetish, che garantiscono un contesto di incontro sessuale immediato. Da Rio de Janeiro a Berlino, da Londra a New York, queste feste attirano centinaia di partecipanti e dimostrano che la domanda di esperienze collettive non è sparita, ma si è trasformata.
Oggi le saune gay si trovano quindi davanti a un bivio: da un lato il rischio di declino sotto la pressione delle app e della maggiore inclusione sociale che rende meno necessario il “ghetto gay”; dall’altro, la possibilità di rinnovarsi come spazi unici di incontro reale, capaci di offrire non solo sesso, ma anche comunità, benessere e appartenenza.
Prospettive future delle saune gay
Il futuro delle saune gay oscilla tra declino e rinascita. In molte città occidentali il numero è calato, complice la concorrenza delle app di dating, i costi urbani e nuove abitudini sociali. In ogni caso questi spazi restano fondamentali per la prevenzione HIV, per chi non usa app e come luoghi di socialità reale in un’epoca segnata dalla solitudine digitale.
Le prospettive variano per area geografica: in Europa e Nord America le saune sopravvivono in numero ridotto, ma alcune sono delle vere e proprie istituzioni. In Asia e America Latina stanno crescendo, trainate da diritti LGBTQ+ in espansione e turismo gay internazionale, mentre in contesti repressivi come Russia o Turchia rischiano invece chiusure e clandestinità.
Le nuove generazioni rappresentano la vera sfida: per attrarle, molte strutture puntano su rebranding e innovazione, con eventi, DJ set, atmosfere inclusive e collaborazioni con influencer. Nonostante i cambiamenti, le saune gay difficilmente scompariranno: continueranno ad adattarsi, offrendo intimità, comunità e libertà, da sempre la loro essenza.
Saune gay nella letteratura, arte e media

Le saune gay, con la loro atmosfera fatta di vapore, intimità e socialità, hanno ispirato scrittori, artisti e registi di tutto il mondo. Dai romanzi ai film, dalla fotografia all’illustrazione, i gay bathhouse sono stati raccontati come luoghi di desiderio, riflessione e comunità, diventando veri simboli della cultura LGBTQ+.
- Romanzi e memoir: da Proust a Larry Kramer. Già Marcel Proust, a inizio Novecento, accennava ai bagni turchi frequentati da “invertiti”. Ma è con il secondo Novecento che i bathhouse entrano nella letteratura in modo più esplicito: Larry Kramer, con il suo romanzo Faggots (1978), descrisse con ironia e critica la vita nelle saune gay di New York pre-AIDS. Nei memoir e nella narrativa latinoamericana, Manuel Puig in Pubis Angelical (1979) raccontò la solitudine di uomini nei bagni di Buenos Aires. Anche poeti come Allen Ginsberg e David Wojnarowicz usarono la sauna come metafora del desiderio e dell’alienazione urbana.
- Teatro e cinema: The Ritz, film queer e documentari. Nel 1975 Terrence McNally portò a Broadway The Ritz, farsa ambientata in una sauna gay, poi diventata film (1976) con Rita Moreno in omaggio a Bette Midler. Più tardi, pellicole come Sauna (2005, Marco Filiberti), Flores (2017, Messico) e la serie HBO Looking (2014) hanno offerto sguardi diversi, dalla malinconia alla normalità quotidiana. Il documentario Gay Sex in the 70s (2005) rimane uno dei più importanti archivi visivi sull’età d’oro delle bathhouse a New York e Fire Island.
- Arti visive: pittura, fotografia e Tom of Finland. Pittori come Charles Demuth introdussero scene omoerotiche ispirate alle saune già a inizio ’900. Negli anni ’70 la fotografia di Hal Fischer e riviste come The Advocate documentarono la vita nei bathhouse. Artisti come Wolfgang Tillmans e AA Bronson hanno reinterpretato le saune come spazi di intimità e memoria dell’epidemia di AIDS. Nell’illustrazione, Tom of Finland ha fissato per sempre l’immaginario erotico legato a docce e ambienti termali, con opere ancora oggi appese alle pareti di molte saune.
- Cultura pop, folklore queer e riviste LGBTQ+. Le saune gay compaiono regolarmente nei media di settore: dalle recensioni nella Spartacus Guide o su Blue Boy negli anni ’70, ai dibattiti sulla chiusura o meno durante la crisi AIDS nelle pagine di Christopher Street. Oggi blog come il nostro e siti di turismo LGBTQ+ raccontano locali storici come il Kaiserbründl di Vienna o la Sauna Macho di Rio come veri monumenti della cultura gay.



